Burrasca

Si alza presto ogni mattina, nonostante sia in ferie, Cristina preferisce scendere in spiaggia quando ancora non c’è gente per poi scappare non appena inizia ad arrivare l’ invasione di bagnanti chiassosi, a lei da fastidio tutta quella confusione, la trova persino irrispettosa, al mare bisogna  portare rispetto, almeno questo, glie lo dovremmo visto quanta bellezza ci regala. Mentre contempla l’ orizzonte Cristina nota un cane, un lupo a dire il vero, che, come ogni mattina è sugli scogli proprio sulla punta, anche lui scruta l’ orizzonte, ma non con gli occhi persi di chi si abbandona alla poesia delle onde, ma con gli occhi attenti di chi sta aspettando qualcosa o qualcuno. Un vecchio pescatore che ha osservato l’ intera scena dalla sua barchetta appena rientrata dopo essere stato a gettare le reti senza che nessuno gli chiedesse alcunché inizia a raccontare ” Si chiama , Burrasca, da due anni ormai ogni mattina si mette di vedetta, il suo padrone è uscito una mattina di due anni fa con il suo peschereccio, era sereno è niente avrebbe fatto presagire a ciò che sarebbe accaduto poi, ad un certo punto il cielo si fece nero tutto di un tratto, tutte le barche rientrarono nel porticciolo, tutte tranne una, il peschereccio, Burrasca era come ogni mattina ad attendere il suo rientro, poi si alzò un vento forte e le onde del mare divennero così alte e minacciose che alcune barche si staccarono dagli ormeggi e andarono a sbattere tra gli scogli, Burrasca rimase tutto il tempo li a scrutare l’ orizzonte, col rischio di essere trascinato in mare da un’onda, non accadde per sorte o per fortuna, la tempesta terminò ma del peschereccio nessuna traccia, Burrasca rimase lì su quegli scogli senza mangiare per una settimana, pianse tutto il tempo, poi esattamente dopo una settimana ritrovammo il peschereccio e il corpo del povero ragazzo, aveva un guasto al motore, per questo non riuscì a rientrare quella mattina, da allora quel cane viene qui ogni mattina a scrutare l’ orizzonte, come se  stesse aspettando qualcosa, o qualcuno, ad un certo punto si mette ad ululare, non un lamento, piuttosto un saluto, a me piace pensare che veda quel peschereccio passare e quelli sia il suo modo di dirgli che prima o poi torneranno a stare insieme, lo so sono solo uno stupido vecchio, ma vede signorina questa illusione è ciò che mi fa alzare ogni mattina” 

Cristina  allora capì e i suoi occhi si riempiono di lacrime “Era suo figlio non è vero ?” Il vecchio senza rispondere si alza, con un fischio richiama il cane ” Burrasca dai è ora di tornare a casa, non è ancora il nostro giorno, forse domani”.

Viola e le cicale 

Le mancava il rumore delle cicale, improvvisamente, lì sdraiata nel suo letto, comprese che non sentiva più cantare le cicale da tanto, troppo tempo. Viola viveva in Danimarca ormai da più di un anno, aveva trovato impiego in una piccola società a cui serviva una ragazza di madre lingua italiana, il lavoro nel suo paese scarseggia e la voglia di fare nuove esperienze era tanta. Ora però l’esperienza era diventata sopravvivenza, la gente, il cibo e soprattutto il clima non le appartenevano, e poi non sentiva più cantare le cicale. Cicale voleva dire casa, il caldo insopportabile, i pomeriggi passati nel letto ad aspettare che facesse più fresco. Cicale voleva dire latte e menta preparato dalla mamma, il tragitto sotto il sole fino alla stazione che voleva dire tornare a casa, cicale voleva dire asciugamano, ciabatte e amiche, cicale voleva dire mare, il suo mare, quella certezza che qualunque cosa fosse accaduta lui era sempre lì, coi suoi tramonti anche in inverno, con gli aperitivi del venerdì subito dopo il lavoro che erano più carezze e abbracci che cocktail. Cicale voleva dire fine della scuola, cicale voleva dire esami da preparare chiusa in casa con la finestra aperta, cicale voleva dire quella volta che con la macchina in panne lei è la sua migliore amica si misero a giocare ad “obbligo e verità” aspettando il carroattrezzi alle 2 del pomeriggio del 14 di agosto in autostrada. Cicale voleva dire casa, mamma, papà, amici, riso, pianto, abbracci, rifugio. Sdraiata sul quel letto con la finestra chiusa e stretta nella sua felpa col cappuccio Viola realizzò tutto questo, con un balzo si mise in piedi e aprì l’armadio e cominciò a fare la valigia di tutta fretta. Alla coinquilina che la guardava dalla soglia di camera sua con aria sbigottita Viola disse semplicemente :”Vado a sentir cantare le cicale” 
Era il momento di tornare a casa.

Favola moderna 

Aveva la buona abitudine di girare a piedi nudi per casa. Si, buona abitudine, diceva lei, al contrario di quel che le diceva sempre sua madre. “Sofia finirai col tagliarti” le gridava quasi tutti i giorni, ma Sofia era così, doveva sentire il contatto con la terra sotto i piedi, anche Se questa terra era solo il finto parquet di casa sua. Era fatta così, se avesse potuto avrebbe addirittura girato nuda per casa, perché, diceva lei, la vita va vissuta senza filtri, anche le emozioni lei le viveva così, ma una volta che ci mettesse la testa, era tutto cuore e pelle, pelle che aveva ricoperto di tatuaggi, proprio ad imprimersi tutta la vita che le scorreva addosso. La testa, diceva Sofia, non è altro che uno scafandro dietro il quale ci nascondiamo per paura. Certo, vivere così le aveva portato anche qualche cicatrice, ma la più bella, rispondeva sempre lei, era il sorriso, che in fondo non è che uno spacco senza il quale il viso non avrebbe vita. Anche Amare per lei era tutta questione di pelle, di brividi e carezze, perché, diceva lei, se quando vedi qualcuno non ti si drizzano i peli sulle braccia, è meglio lasciar stare. E fu proprio questo che accadde quando conobbe Andrea, anche lui pieno di tatuaggi, cicatrici e con un sorriso bellissimo, uno di quei ragazzi con tanta vita da raccontare insomma, proprio come piacevano a lei. Fu Amore a prima pelle, come entrambi avrebbero poi definito il loro incontro negli anni a seguire. E la pelle non mente, lei proprio no, e non si era sbagliata con loro. Furono anni di Amore ardente e dolce, passionale e delicato, non si sposarono mai, perché non avevano bisogno di un giuramento su di un altare, perché loro si sarebbero giurati Amore ogni volta che si sarebbero guardati negli occhi. E fu così ogni volta, ogni volta che baciavano, ogni volta che si urlavano contro con rabbia, o si sorridevano con tenerezza. E ce lo giuriamo ancora oggi piccola mia, lo giuro ogni volta che guardo tuo nonno negli occhi, anche ora che le cicatrici si sono trasformate in rughe e che i nostri tatuaggi sono un po’ sbiaditi, anche ora che come allora giro a piedi nudi per casa e mi sembra di sentire ancora “Sofia finirai con il tagliarti”, e invece no, non è successo, il solo pericolo che ho corso è stata la Vita, e tu piccola mia, non importa se camminerai o no a piedi nudi, se avrai tatuaggi o se seguirai sempre cosa dice la tua pelle, l’importante Amore mio, che non avrai mai paura di vivere, che non ti nasconderai mai dietro quello scafandro. Dormi Tesoro mio, buona notte. 

ATTENTI A QUEI DUE ( episodio n.2 ) 

Wolf e Maurizio sono tornati, dalle penne di Walter e Michela ecco un nuovo episodio dei due tipi strambi.
ATTENTI A QUEI DUE

( episodio n.2 ) 
Quella ventata di aria fresca in un incontro casuale con un cane aveva quasi fatto ringiovanire Wolf, i lineamenti del volto più attenuati, le rughe scavate avevano preso un altra piega e la bocca sorridendo illuminava lo sguardo dell’uomo vecchio lupo di mare si sà che gli occhi sono lo specchio dell’anima e ora grazie ad un buldog era finalmente più serena, una boccata di ossigeno per un uomo al quale il destino aveva regalato cose belle ma anche un bagaglio consistente di dispiaceri.”Maurizio uno di questi giorni andiamo da FISCHIO sulla piazza degli eroi a giocare a biliardino”.Wolf interruppe i suoi ricordi per non sentire i dolori di cuore ma Maurizio non poteva sentirlo perchè già ronfava sul cuscino e così il vecchietto con un sorriso spense la radio e chiudendo gli occhi sognò un pisolino.
Al loro risveglio i due si rendono conto che il frigo era vuoto, niente latte per far colazione, niente caffè, ma sopratutto niente mortala per Maurizio, quindi Wolf, ripensando al discorso fatto la sera precedente si rivolge all’amico fido “ok credo che sia giunto il momento di farti conoscere il bar Fischio, andiamo a far colazione e andando ci fermiamo a comprare un po’ di mortadella per te, che la spesa la facciamo al ritorno, a stomaco pieno si spende meglio” 

Così i due tutti mezzi acciaccati e non ancora del tutto svegli e sopratutto affamati, escono di casa e si avviano verso il bar. Lungo il tragitto Wolf si ferma davanti ad una Drogheria, eh sì, perché in alcuni quartieri di Roma, quelli dove non è ancora giunta l’ombra nera del consumismo e non la fanno da padrone i centri commerciali, sopravvivono queste botteghe, dove dentro puoi ancora respirare l’odore di cose buone, il profumo di pane appena sfornato, o della pizza con la mortazza ( mortadella ) ma sopratutto l’odore di tradizione, di quelle cose belle che non si posso definire, ma che danno la sensazione di essere a casa, anche se ci capiti una sola volta, anche se ci capiti per sbaglio. La bottega è gestita da una signora sulla settantina, occhi azzurri e capelli completamente bianchi, accoglie Wolf con un sorriso luminoso e un viso, che nonostante le rughe appare sereno. “Buongiorno, volevo un etto di mortadella per il mio amico fido che mi aspetta qui fuori” è così che il vecchietto si presenta indicando Maurizio che aspettava composto sulla soglia d’entrata. “Ma lo faccia pure entrare, che qui mica facciamo differenze, le belle anime sono le benvenute, a due o quattro zampe non cambia” Maurizio che sembra aver capito alla perfezione, ancora prima che Wolf potesse dire una parola, corre dentro il negozietto e scodinzolando inizia a far le feste alla gentile vecchina. “Ciao io mi chiamo Maria, o Zi’ Maria come mi chiama la gente del quartiere, e tu chi sei?” “Si chiama Maurizio, e io sono Wolf, si lo so signora non mi guardi così, i nomi non ce li siamo mica scelti noi eh!” 

Zi’ Maria lo guarda con aria severa dopo questa precisazione “Che fai mi dai del lei? Aho mica so così vecchia eh, ormai le presentazioni so state fatte, qui siete a casa ora” e poi continua “Anche io avevo un cane, si chiamava Gustavo figurati, l’ho chiamato come il mio povero marito, so rimasta vedova giovane, me lo ha portato via una brutta malattia, ancora prima che mi potesse donate la gioia di un figlio, è proprio il giorno del funerale mi sono ritrovata tra i piedi un cane pieno di pulci, rognoso addirittura, ma ho pensato che fosse un segno del destino, e l’ho preso con me, è stato con me per quasi 20 anni, e poi una mattina mi ha lasciato pure lui, e sono rimasta sola un’altra volta, che poi sola non lo sono mai per davvero, tutti i ragazzini del quartiere mi danno un gran da fare, qualcuno l’ho visto crescere e mettere su famiglia, ed ora anche i loro figli mi chiamano Zi’ Maria. Quindi mio caro Maurizio tu sei il benvenuto, e sai pure Gustavo era ghiotto di mortadella, facciamo così, oggi offro io, però voi mi promettete di passare qui a salutarmi ogni mattina” Così, dopo aver preso il cartoccio con la mortadella, i due tipi strani e buffi riprendono la via verso il bar, e lungo il tragitto Wolf non può far a meno di pensare a quel volto gentile, seppur segnato da rughe profonde, che chissà quando di più lo erano sul cuore, e gli scappa un sorriso mentre pensa che l’indomani la rivedrà. “Hai visto Maurizio che bella persona Zi’ Maria? Oh però adesso ci tocca mantenere la promessa eh?!” Maurizio inizia a scodinzolare in segno di approvazione, è così i due si allontanano, così, in dissolvenza, lungo la via.

ATTENTI A QUEI DUE

ATTENTI A QUEI DUE.
Ideato e scritto da Michela Marchetti e Walter Festuccia
 
Dalla Fiat Punto blu due sbarbine caracollando, sbarellando e ridendo, con la musica a palla nelle orecchie, lasciano l’auto con i finestrini aperti in doppia fila per andare a prendere le sigarette, intanto sul sedile posteriore una borsa firmata da chi sa chi, lasciata in bella mostra, come per magia inizia a muoversi e rapido come un gatto sbuca fuori un qualcosa che invece era un cane. Il bel tipo poggia muso e zampe sullo sportello dal finestrino aperto e annusando aria di libertà con un salto scappa via. Mentre il cane birbante in fuga si spoglia della stupida maglina che ha indosso, le due sbarbine, ridendo maldestre, risalgono a bordo e senza degnare di uno sguardo la borsa ormai vuota, ripartono a razzo.

Euforico e spaventato allo stesso tempo per l’acquisita libertà, il cucciolo vaga senza meta, tra le gambe dei passanti che distratti hanno già rischiato di calpestarlo una decina di volte, o forse più, ma lui non sa contare, in fondo è solo un cane, e diciamocelo, nemmeno troppo sveglio visto che fino a quel momento ha vissuto in una pacchiana, ma tanto fashion, borsetta da passeggio, e siamo sinceri, non che la sua padrona fosse tanto più arguta di lui, non si è nemmeno accorta della sua fuga, troppo preoccupata di quale vestito nuovo comprare o in che locale andare a fare “apericena”, ecco appunto, la cena, il brontolio del suo stomaco improvvisamente gli ricorda che non ha ancora mangiato.
Ma la città grande è tale per l’ampiezza degli spazi e per la gente che va di qua e di là, se ne trova di tutti i tipi, di tutte le simpatie e antipatie, nella normalità giornaliera e così il nostro amico a quattro zampe può solo affidarsi al fiuto oppure ad un colpo di fortuna, materializzata in un omino dai capelli bianchi che sembra rovistare nel contenitore degli scarti della frutteria. Lo fa senza curarsi di chi gli sta intorno ficca nella busta ciò che sembra buono e in quattro e quattr’otto riempie due buste di roba. Maurizio, oh che sbadataggine non ve lo abbiamo ancora presentato, beh è questo il nome con cui il nostro fuggitivo è stato chiamato dalla sua proprietaria, vorremmo chiederle il perché di quel nome ma facciamo così, andiamo avanti per la nostra storia prima che l’omino dai capelli bianchi se ne vada con le buste del raccolto. Maurizio, dicevamo, rimane immobile con lo sguardo fisso come solo i cani sanno fare in attesa di un gesto che non arriva, però l’omino dai capelli bianchi, per fortuna si accorge di essere osservato dal fuggiasco e capendo al volo la situazione esclama: ” Ehi per caso hai fame? Mannaggia ma qua oggi il convento offre solo mele, patate, zucchine e pomodori…tiè pure quattro banane”. Amici lettori state pensando che l’anziano sia un povero e modesto pensionato che raccatta qualcosa da mangiare? Ma no, mica vogliamo che questa sia una storia strappalacrime, il vecchino è solo uno che ha un orticello con qualche gallina alle quali in cambio di uova fresche gli offre per pranzo e cena gli scarti della frutteria e l’orticello, è la sua oasi felice. Ha una baracca semplice ma tenuta bene, dove tiene perfino una sedia a dondolo dove legge qualche libro mentre ascolta la musica alla radio.
Maurizio guarda il vecchietto con aria attonita, “Ma no, che hai capito, lo so che non sei vegetariano, queste sono per le mie galline, ma se vuoi venire con me ho delle polpette in frigo” Maurizio sembra aver capito visto che in un impeto di gioia salta in braccio al vecchietto. L’uomo non può far a meno di leggere il nome del cucciolo sulla medaglietta sul collarino glitterato della bestiola. “Ok Maurizio, non sarà caviale ma sembra che tu lo apprezzerai lo stesso, io comunque sono Wolf, eh sì mio caro, buffo il destino, tu cane con un nome da uomo, io un uomo col nome da cane, magari è un segno, o magari no, ma mi stai già simpatico, su forza andiamo che ti faccio conoscere le mie gallinelle” E così con passo lento ma deciso, Wolf, e scodinzolando, Maurizio si avviano sereni verso casa.
Beh che dire? Questo sembra essere amore a prima vista, o meglio come dicevano gli anziani tira più una polpetta che un carro di borse firmate, sommate a passeggiate lente, shopping estenuante e puzza di fumo; oh sì Maurizio non ha mai sopportato la puzza di fumo delle sigarette della padroncina e mentre la stessa minimamente si preoccupa della scomparsa del suo cane, l’omino e Maurizio paciosamente come due paciocconi amici si apprestano a portare il pranzo alle galline in febbrile attesa.
Fuori dal recinto Wolf ha appeso un cartello con scritto “Little Wing” in omaggio a Jimi Hendrix, diciamo che il nostro nonnino sarà pure anziano ma gli piacciono le cose buone, che sia una reazione al fatto che la moglie lo lasciò per un collaudatore di detersivi? Sarà che i figli presi da mille impegni non lo vanno mai a trovare? Sarà che i nipoti lo cercano solo quando hanno bisogno della sua automobile? Chi può dirlo? Ma senza dubbio Wolf, di professione pensionato non si annoia, al momento è un single a quanto pare ha un nuovo e fedele amico a quattro zampe e adesso le sue galline lo stanno aspettando a “Little Wing”.
Sembra che un giorno le uova siano uscite più buone quando, un vecchio chitarrista amico di Wolf, al recinto si mise a suonare varie volte i pezzi più famosi di Jimi. Ora che il rito mangereccio è terminato le polpette li aspettano e per fortuna casa di Wolf è a breve distanza.
Arrivarti a casa del vecchietto, Maurizio si trova di fronte ad uno scenario che solo nei suoi migliori sogni da cane avrebbe mai potuto solo desiderare, lui, cane da borsetta e lucida labbra, abituato a passeggiare tra i corridoi freddi di un centro commerciale e rilegato a fare i bisogni su di una traversina messa in un angolo del bagno, perché altrimenti puzzava, eh sì, perché la padrona poteva affumicare casa, ma guai se Maurizio scappava di fare la pipì in un angolo del pavimento, partivano chiamate al 133,112,118 e pure al 9 1 1, visto che ci stiamo. Va beh, dopo questa piccola e pindarica regressione a quella che era stata la sua vita, Maurizio spalanca gli occhi, drizza la coda, abbassa il muso, e poi via, parte, c’era un intero prato ad aspettarlo e soprattutto, alberi, alberi come se non ci fosse un domani (in realtà erano 4 alberelli da frutto, ma agli occhi di Maurizio sembrano la foresta di Sherwood), come poteva non farli suoi? Annusando e zappettando battezza ogni tronco sollevando la zampetta, mentre nella sua testa una sola parola risuonava “POLPETTE”. A Maurizio quel posto sembrava il Paradiso, forse stava sognando per davvero, e in realtà era a dormire sul divano della sua padroncina e sgambettava nel sonno come se corresse, mentre la ciminiera ambulante rideva e lo prendeva in giro. “Eh si, ti sento anche se dormo, che ridi alle mie spalle”.
E invece no, era tutto vero, il prato, gli alberi, Wolf, tutto, solo una domanda restava senza risposta, ma ‘ste polpette?
Polpette? eh già per fortuna i cani non parlano! L’attesa profumava di polpette al gorgonzola ma prima Wolf le deve scaldare, pochi minuti di padella accesa e il pranzo sarà servito per il nostro amico. Wow che giornata!!! Ora possiamo dirlo, ci sono delle volte che i proprietari non meritano il proprio amico peloso, lo tengono per moda, per soddisfare il proprio ego, per altre ragioni varie, insomma Maurizio stà gustandosi piacevolmente le polpette di Wolf e va bene così, intanto l’omino dai capelli bianchi si gusta la scena dalla sua poltrona; ha acceso la tv e tiene in mano un bel bicchiere di birra e gazzosa ma adesso non gli rimane che pensare “E mò che faccio? Tengo il cane oppure cerco il proprietario? “. Tutto è successo così imprevisto, Wolf ha qualche amico, qualche amica, frequenta un corso di cruciverba, un cane in famiglia sarebbe un impegno, che fare? Per non arrostire il cervello pensando al da farsi con il suo vocione, perché dovete sapere che Wolf era dotato di una voce roboante, per rompere la pressione disse così:” Maurizio questa sera dormi sul mio letto ma domani è un altro giorno e si vedrà eh!”
E domani è arrivato, Wolf è lì che traccheggia in cucina con l’intento di preparare la colazione, e mentre la caffettiera borbotta sul fuoco, pensa e ripensa a cosa fare con Maurizio, che invece se la dorme beatamente sul letto. “Sicuramente la cosa giusta da fare sarebbe quella di andare a cercare il proprietario”. Pensa tra se e se, “Ma d’altronde se è scappato, poi così tanto bene forse non stava” . E’ fortemente combattuto Wolf, anche perché, sotto sotto, quel cane tracagnotto e buffo, non gli dispiace affatto, che lui, in fondo in fondo, la solitudine la sentiva, l’aveva accettata di malgrado, ci aveva anche fatto amicizia durante le sue sere tra televisione e la birra con la gassosa. I suoi pensieri vengono bruscamente interrotti dal grattare di unghie sulla porta, è Maurizio, che evidentemente è stato svegliato da un impellente bisogno. Wolf si affretta ad aprire il portone e Maurizio, come una scheggia corre verso gli alberelli e fatta la prima pipì, inizia a segnare il territorio, albero dopo albero. Wolf continua a interrogarsi sul da farsi e ad un certo punto decide di portarlo dal veterinario e vedere se magari possiede un microchip e tramite quello poter rintracciare il proprietario. Però non oggi, oggi no, oggi Wolf vuole fingere che Maurizio sia suo e vuole goderselo per almeno un altro giorno.
La coppia è bislacca ma in compenso Maurizio ha il muso che ispira simpatia, oggi è una bella giornata e sapete Wolf che fa? In attesa degli eventi porta il cucciolo di bulldog al luna park per un pomeriggio di montagne russe, ruota panoramica, calci in culo e perfino giretto nel tunnel dell’orrore, adesso speriamo che non ci sia un veterinario alla lettura perché, Maurizio si è sgargarozzato anche un hot dog con patatine! Avrebbe mangiato, perbacco, anche lo zucchero filato ma Wolf ha finito il denaro e così non resta che tornare al campo base e sul viale del ritorno ecco squillare il telefonino…drin, drin “Signor Wolf sono Carlotta è lei che ha ritrovato il mio cane?” “Beh ragazza in un certo senso sì” “Le sono grata me lo potrebbe restituire?” Per un attimo il nonnino rimane in silenzio…”Ragazza ti faccio una proposta, vedi questo cane è malconcio sembra abbia qualche morso di cavalletta, schiuma della roba giallorossa dalla bocca, credo che lo ha ficcato sotto un Harley Davidson e ha un occhio che ha cambiato colore, io dico che domani tira le cuoia”. Il vecchietto fa l’occhiolino a Maurizio e guarda un po’, il cucciolo sembra capire. “Ragazza te lo sconsiglio di rivederlo, guarda facciamo così, lascialo a me in cambio posso darti la parrucca di Amanda Lear, gli occhiali di Jeeg Robot , la foto firmata con l’autografo di Toto Cutugno, una confezione di profumi dell’Alaska….mi voglio rovinare ti dò pure la maglietta di Totti”. “Va bene accetto, tanto mia madre mi regalerà un Carlino, ci vediamo domani per lo scambio”. Hahahahah, i due furfanti si guardano contenti e fischiettando si allontanano alla svelta, hanno bisogno, a questo punto di nascondersi da occhi indiscreti.
Un cane è una cosa seria, va bene, anche un gatto, un canarino, un criceto o una tartaruga ma scusateci in questa storia i protagonisti sono un omino dai capelli bianchi e un cucciolo di bulldog ed è una bella storia. Dicevamo che un cane è una cosa seria, non è un giocattolino, ma bensì un componente della famiglia e diciamolo, ne è il migliore. “Maurizio ora facciamo il salto dei pasti, visto quello che ci siamo mangiati al Luna park, posso solo offrirti un gelato per festeggiare la tua libertà, sai qual è il programma di domani? Ti porto a fare il bagno, una pettinatina dalla tolettatrice e poi altro giretto a sorpresa”.
Voi non potete vedere l’espressione di Maurizio quando Wolf ha detto “Gelato” ma noi sì e vi assicuriamo che anche i cani ridono.
Quello che ancora non sa spiegarsi Wolf come avesse fatto la ragazza a sapere che Maurizio lo avesse trovato lui, soprattutto chi gli avesse fornito il suo numero di cellulare. Forse saranno stati gli alieni a fare la spia, o gli agenti segreti della CIA, o molto più probabilmente quella vecchia zitella della tabaccaia alla quale lui portava uova fresche due volte alla settimana, e se non si sbrigava a svignarsela lo incastrava con i suoi racconti degni del più patinato dei giornali di gossip “Sai che facciano da domani Maurizio? Ti metto un cestino sulle spalle e così ci vai tu da quella vecchia strega a consegnare le uova, così voglio vedere a chi racconta tutti i fatti del quartiere, sta vecchia pettegola”. Maurizio drizza le orecchie e poi abbaia come a sottolineare e concordare con Il suo burbero ma fantastico nuovo padrone, perché voi non lo vedete, ma vi possiamo assicurare che i cani sanno dire “Si”, magari non con la voce, non con la testa, ma con la coda si sanno far capire forte e chiaro. Comunque Wolf ha proprio perso la testa per quel cucciolo così buffo, insomma, la maglia di Totti, capite? Questo deve essere proprio Amore.
Anche se, ad essere onesti, potrebbe dirsi una perdita indolore, perché la maglia del capitano ormai gli stava stretta. Eeehh la peppa!! Totti=Roma=stornelli=Venerdì…ma oggi è proprio Venerdì la serata stornellata. Wolf per non sentirsi troppo solo si è regalato un intermezzo, dimenticato dalla parentela, tutti i Venerdì fa il giro di alcuni ristoranti tipici Trasteverini e, imbracciando la chitarra, allieta i commensali con una serie spassosa di stornelli Romaneschi. La cosa lo fa sentire tanto felice perché in mezzo alla gente, che non gli fa mancare sorrisi, calore umano e apprezzamenti, in un certo senso si sente ancora utile, ma adesso abbiamo un problema, c’è un bulldog di troppo perciò o si annulla l’appuntamento oppure serve un idea.
Wolf in arte Armando, è così che si presenta alla chitarra, accucciandosi di fianco al giovane amico peloso, in un lampo di genio trova la soluzione. “Maurizio non posso lasciarti solo, avrei un impegno e penso di portarti con me, ma non mi piace che poi la gente pensasse a noi due come due poveracci con il piattino, perciò tu oggi sarai la mia spalla, quando io con la chitarra faccio sdaradaaa, tu fai bauuuu, quando poi faccio tatazumpa, tatazumpa tu fai un doppio bau…così..bauu, bauuu..tatatazumpa, tatatazumpa bauuu,bauuu..ok, ci siamo?”.
E invece no, purtroppo alle prime prove non funziona “Qui ci vuole il grissino con la mortadella!”, e così anche se voi non ci crederete, Armando, con la mortadella in mano avvolta nel grissino come un direttore d’orchestra ‘De noantri insieme a Maurizio, che di grissini farciti ne sgranocchiò cinque, fecero un figurone e all’ultimo bis una Giapponese fece una proposta a Wolf e il suo compare.
Ormai il cammino dei due improbabili compari sembra ben definito, andranno in tour per i vicoli di Trastevere, quei vicoli che brulicano di artisti di strada, di arte, di magia, un Mondo sottosopra, come piaceva definirlo a Wolf in arte Armando. “La senti Maurizio, questa aria che sa di zucchero filato e arrosticini, di olio bruciato dalle bocce dei Mangia fuoco? Aspetta, aspetta che mi scappa una poesia, mi raccomando Maurizio ascoltala con attenzione, un bau se non ti piace e due bau se per te è ok, e mi raccomando non guardarmi in cagnesco eh! Lo so lo so, la poesia non è da uomini duri come noi, ma l’arte è una carezza all’anima che addolcisce ogni cosa”
 
Roma dei vicoli stretti
Brulicanti di Musica
Colorati di quadri
Profumati di incenso
È l’arte dell’arrangiarsi
È l’arte del saper vivere
Roma di notte e il Traffico
Finalmente lento, rilassante
Come lo scorrere melodioso
Del vicino Vecchio Tevere
Che ne ha viste passare
Che se ne è trascinate
Verso il mare.
Roma del chiacchiericcio
Roma del ponentino che non si sente più.
Roma, che se la pensi fa un po’ paura
E allo stesso tempo ti innamora.
 
 
Maurizio inizia ad abbaiare e girare in tondo, come se volesse ballare, come se dalla contentezza volesse spiccare il volo, poi si ferma e lo guarda con aria interrogativa, come a dire, “Non mi devi dire nulla Wolf?”
 
“Ah si, hai ragione Maurizio, la Giapponese, rimarrà un mistero mio caro, figurati se capisco il Giapponese io al massimo parlo il Romanesco”
Il peloso buffo ma arguto sembra aver capito alla perfezione e inizia a saltare ed abbaiare come a voler dire “Grazie”.
“Andiamo compare, che a casa ci aspettano altre polpette e da domani misureremo la felicità a suon di grissini e mortadella”
 
Ed è così che finisce questa storia, con i due che si allontanano mostrandoci le spalle, in dissolvenza, fino a sparire.
 
È tutto frutto delle fantasia, ma noi vi giuriamo, che nelle sere con poco vento, se drizzate bene le orecchie potrete sentire lo strimpellare di una chitarra accompagnato dal sonoro abbaiare di un peloso buffo e tanto arguto. Quindi mi raccomando, se vi capitasse di girare per Trastevere non fatevi mai mancare grissini e mortadella e “ATTENTI A QUEI DUE!!”

Piazza del Campo 

Si sedeva ogni giorno ai tavolini di quel bar in Piazza Del Campo, e ordinava sempre lo stesso, latte macchiato e cornetto vuoto. Era così che da 25 anni Lorenzo passava le sue mattine. Lorenzo è un capostazione in pensione che da quando è rimasto vedovo e con i figli lontani, per lavoro, ma anche col cuore, combatte la sua solitudine ai tavoli di un bar, ma non a bere fino a perdere i sensi ed abbandonarsi alla depressione, ma ubriacandosi di vita. “Sono un ladro di Vita” rispose alla cameriera del bar che in un momento di pausa si era seduta accanto a quel vecchietto dagli occhi piccoli piccoli, incuriosita dal suo stare seduto composto e silenzioso, ogni mattina. “Vedi mia cara ragazza, io ogni mattina vengo qui, mi siedo a questo tavolo, ordino il mio latte macchiato con cornetto vuoto e poi inizia la mia avventura, piena di personaggi, alcuni gli stessi ogni giorno, altri diversi, di passaggio, e sono quelli che preferisco, sono quelli che mi raccontano le storie più belle” la cameriera lo guardò con aria tra il perplesso e lo stupito. “No mia cara non sto cedendo alla demenza, ti spiego meglio. Osservo la gente che ogni giorno sosta in questa Piazza, turisti per la maggiore, anime di passaggio con storie tutte da raccontare, ecco vedi quel ragazzo, quello con i capelli lunghi, la barba incolta e i vestiti stropicciati? È arrivato stamattina qui con la sua bici, carica di bagagli, sporchi, lui e anche la bici, ma guardalo bene, ha gli occhi limpidi, e gli occhi limpidi sono lo specchio di un’anima pulita, libera. Ecco, questo io faccio, osservo le persone e immagino storie, sono un ladro di Vita. Gioco di fantasia e anche po’ di esperienza, quella che, la mia Vita, ormai stanca, mi ha lasciato. Ecco, per esempio, questo ragazzo e la sua bici mi raccontano dei mille km percorsi attraversando l’Europa fino ad arrivare qui, attraverso i castelli della Loira, i tulipani olandesi, i mulini a vento spagnoli narrati nel Don Chisciotte, della bellezza di Londra, e probabilmente è proprio lì che l’ha conosciuta””Chi?” Chiede sempre più meravigliata la cameriera. 

“Lei”, rispose il vecchio. “Vedi, è lì che parla da almeno mezz’ora con quel coso, tablet mi ha detto che si chiama il tuo collega barista, una specie di moderno telefono dove oltre a parlare ci si può anche vedere, una stregoneria insomma, vedi non capisco cosa si dicano, non ci sento più molto bene, e comunque non so nemmeno che lingua sia, ma dai suoi occhi, dal suo sorriso si capisce tutto alla perfezione, il ragazzo è innamorato. Ha il mio stesso sorriso, quello mi viene ogni volta che penso a lei, la mia Giulia, che da 25 anni ormai contraccambia sorridendomi da lassù, proprio lì, in cima alla torre della piazza. Comunque, tornando al nostro ciclista, secondo me l’ha conosciuta in un giorno di pioggia, seduto ad un caffè al riparo, mentre appuntava sul suo diario di bordo il percorso effettuato fino a quel momento, è stata proprio lei a servigli il caffè, scambiandosi uno sguardo furtivo, seguito ad un sorriso appena accennato, di quelli che nascondono un filo di imbarazzo. Insieme al conto al momento di pagare, il nostro ciclista trova anche un numero di telefono. Certo la cameriera è molto carina e ha un sorriso bellissimo, ma lui deve ripartire, deve proseguire il suo viaggio, ma anche la Vita è un viaggio meraviglioso, ed allora perché non restare un giorno in più, restare per partire, non in bici, ma con il cuore stavolta”

Poi una voce dall’interno del bar richiamò la cameriera, la pausa era finita. 

“Mi scusi signor Lorenzo devo tornare dentro, ma tanto ci vediamo domani, così mi racconta un’altra storia” 

“Certo” Rispose il vecchio quasi sottovoce con un velo di tristezza misto a serenità negli occhi. 
Arrivò la mattina seguente, la cameriera preso servizio chiese al barista se Lorenzo fosse già arrivato, ma Lorenzo non c’era e non ci sarebbe più stato, seduto a quel tavolo a rubare pezzi di Vita dai passanti, mentre beveva latte macchiato e mangiava il suo cornetto vuoto. Da allora, quella cameriera, finito il suo turno al bar, si siede ad un tavolo, volge lo sguardo alla cima della Torre, e sorride, convinta che quel vecchio dagli occhi piccoli piccoli e sua moglie stiano li, a guardare Piazza del Campo, a rubare un po’ di Vita dai passanti.

Siamo Alberi

Guardava quell’albero ogni mattina, ogni volta che ci passava davanti correndo, 9 km ogni giorno, per tenere il suo cuore allenato, per sentirsi viva, perché più di ogni altra cosa, sentire il cuore che batte forte dentro al petto, ci ricorda che siamo vivi, e se non è un’emozione che ci fa aumentare il battito cardiaco, cosa c’è di meglio che 9 lunghi km ogni mattina per ricordarsi di vivere? Era così, un periodo di “apatia emozionale” come le piaceva definirlo, e correre era la sola soluzione, lei diceva che così andava incontro alla vita, per altri, fuggiva. Ma quell’albero, quell’albero aveva qualcosa di speciale, con le radici ben piantate a terra e la chioma e tutti i suoi rami rivolti al cielo, come a pregare o per poter catturare tutto il Sole possibile. Più lo guardava e più un pensiero cresceva dentro di lei: “forse è così, anche noi siamo alberi, se non abbiamo radici forti non potremmo mai innalzarci verso il cielo, è così, a terra, per scoprire chi siamo, ma rivolti al cielo per diventare ciò che vorremmo essere, che quelle radici forse sono solo i nostri fallimenti, i no ricevuti, gli errori fatti, trasformati in insegnamento, tante piccole radici conficcate nel terreno, per prendere nutrimento, per far crescere nuovi rami, forti, che si innalzano verso il cielo, rami fatti di “io credo”, “io sono”, “io posso” ma anche di “aiuto” “non sono sola” “Amore”, di cui il cielo è pieno, perché il cielo non è fatto di sole nuvole, ma sopratutto di celeste, sereno e milioni di stelle, di luce, che non è solo il Sole, ma siamo noi, è l’Amore. Ecco, ogni singola mattina, guardando quell’albero lei comprendeva sempre più che siamo tutti alberi, che devono curare le proprie radici per far nascere nuovi e lunghi rami, che siamo terra e siamo cielo, ma che sopratutto siamo Luce, ora non corre più, perché ha smesso di scappare, ed ha finalmente afferrato la Vita.    

Come una lanterna abbandonata al vento. 

Un altro anno sta per finire, ma cos’è la fine di un anno?  
In fondo il Primo di Gennaio non è altro che il giorno successivo al 31 di Dicembre, un giorno, un semplice giorno, però inevitabilmente e anche un po’ inconsciamente si finisce con un fare un bilancio. Quest’anno non è tempo di bilanci per me, perché sono in piena fase di cambiamento, di transizione, e se penso a questo 31 Dicembre lo vedo come una porta da varcare, portando con me tutto ciò che mi ha resa ricca, più completa, più consapevole, e no, non sono tutte cose belle, ma sicuramente necessarie, per le quali dire grazie dal profondo del Cuore, perché senza, starei ancora ferma lì, instabile a cullarmi nella mia inconsapevolezza. Altre invece le lascerò sulla soglia poco prima di attraversare quella porta e chiuderla alle spalle, come zavorre mollate prima di spiccare il volo, e no, non sono tutte cose brutte, anzi, sono solo cose che non mi appartengono più, come la muta lasciata da un rettile, o la crisalide abbandonata da una farfalla, come una lanterna abbandonata al vento, che non so se è davvero ora di spiegare le ali, ma di sicuro sto cambiando “pelle”, verso una nuova me che potrebbe sorprendermi o deludermi, ma che sono curiosa di scoprire. Per questo che non Auguro “Buon Anno” a nessuno quest’anno, ma un “Buon Passaggio” che sia un cammino di serenità e consapevolezza.  
Con il Cuore Quellaconloca.